Lug
30
2020

Druidismo solitario

Scritto da Administrator Ultimo aggiornamento (30 Luglio 2020)
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La definizione “Druidismo solitario” appare come una contraddizione in termini. Il Druida esprime infatti tutte le sue potenzialità ed il senso globale del proprio ruolo nelle dinamiche di comunità, nella sfera intima e condivisa del Clan di cui è parte.

Isolare il Druida da questa evidenza appare dunque, di primo acchito, come una forzatura. In realtà sappiamo che la vita del Clan nel 2020 non può certo sovrapporsi ad un concetto di completa condivisione. Distanze, lavori, impegni sociali sono già di per sé elementi di distanziamento. La volontà di rimanere uniti come gruppo nonostante la lontananza fisica è dunque un tema che distingue profondamente il neo-Druida dalle realtà del passato ed è qualcosa con cui ognuno di noi è da subito chiamato a confrontarsi.

 

 

Vi è tuttavia una netta differenza fra la non condivisione quotidiana e l’isolamento. Al di là delle distanze fisiche, infatti, i Druidi si ritrovano per celebrare la loro Ruota dell’anno. Le cerimonie diventano il culmine di tutte le emozioni e le domande che i periodi vissuti lontano portano con sé. Si celebra e poi si vive insieme la giornata: si valuta, si discute, si sceglie cosa e come portare avanti nel nuovo periodo di lontananza. In questo modo il legame viene rinsaldato e la continuità del percorso è garantita.

Diverso è invece il reale isolamento del Druida dal Clan. Possono infatti intervenire situazioni di difficoltà oggettive, l’accumularsi di impegni nella vita privata e sociale, un trasferimento od anche semplicemente un momento di riflessione o crisi spirituale della persona, che portano ad un allontanamento reale e continuativo dalla dimensione comunitaria.

La persona che si trova in una di queste condizioni può ritrovarsi inizialmente spaesata dal punto di vista spirituale, trovandosi “slegata” dal quello che è stato fino a quel momento il proprio Clan. La consuetudine del celebrare il flusso delle stagioni e la disciplina appresa durante gli anni del percorso possono in questo caso aiutare a trovare un punto fisso al quale fare comunque riferimento, seppure in un proprio spazio rituale personale.

È tuttavia indubbio come l’energia innalzata all’interno di un Cerchio condiviso sia qualcosa di molto diverso dalla pratica solitaria. L’apporto di ognuno contribuisce infatti alla creazione di un insieme che è molto più della semplice somma delle parti. È un’energia da cui è possibile trarre forza, ispirazione, sostegno.

Il rituale solitario può generalmente evocare solo in piccola parte ciò che accade energeticamente in un Cerchio e questo potrebbe scoraggiare i meno esperti nella pratica individuale. È dunque fondamentale (ri)scoprire la propria dimensione spirituale personale.

Un legame spirituale che risulta fondamentale per il Druida solitario è quello con gli Antenati e con quella catena ininterrotta di energie, conoscenze, memoria e sostegno.

Esistono gli Antenati di sangue, quelli che appartengono alla propria incarnazione attuale e che sono con noi ovunque andiamo, celebrati dai racconti delle nonne, dei parenti, dai ricordi d’infanzia.

Ci sono gli Antenati del proprio popolo, quello (o quelli) a cui culturalmente si fa riferimento e che permeano la cultura nella quale si è stati educati.

Ed esistono infine gli Antenati del territorio, che sono in parte quegli Antenati che “abbandoniamo” quando ci allontaniamo dai luoghi di culto frequentati dal Clan, ma anche quelle entità che possiamo scoprire e sperimentare in ogni luogo nel quale ci troviamo a vivere.

Ovunque ci muoviamo, nel mondo, gli Antenati del territorio (da non confondere con gli Spiriti del territorio, custodi dei luoghi e con i quali è altrettanto importante stabilire un legame nel tempo) metaforicamente respirano e camminano accanto a noi.

Il legame con le divinità è naturalmente l’altro fondamentale fulcro attorno al quale modellare la propria devozione. Mantenere le proprie pratiche quotidiane è fondamentale per mantenere aperta la connessione: la scelta di un incenso, del colore di una candela, dei doni da offrire di volta in volta alle divinità è basilare. Dedicare momenti ed azioni consapevoli aiuta il praticante a ricordare chi sia e per quale ragione scelga e “progetti” ogni singolo gesto di devozione.

Anche portare con sé simboli o immagini della propria religione può diventare un elemento di connessione aggiunto, un modo di ricordare come il proprio “Bosco sacro” sia anzitutto dentro sé stessi.

Il Druida, come ogni altro praticante, può scegliere di onorare la propria spiritualità ovunque si trovi e in qualunque gesto: diventa evidente quanto l’ambientalismo e le scelte ecologiche rappresentino un’espressione chiara e coerente (o meno) della reale appartenenza alla religione neo druidica.

Ma la pratica deve essere anche gioia: deve essere voglia di cantare, di ballare con la tunica cerimoniale addosso, di coltivare il piacere delle piccole cose e l’ironia del sorridere della propria situazione, così diversa da quella alla quale si era abituati.

Deve essere Acqua e Aria che fluiscono nei pensieri e attraverso le emozioni, portando l’ispirazione a creare qualcosa di nuovo e diverso. Dalle piccole cose, come coltivare un fiore o scrivere una poesia, a quelle più grandi, come affrontare ciò che la solitudine del percorso porta con sé e come renderla occasione di comprensione e di crescita

Deve essere Terra e Fuoco, fra instabilità ed energia a cercare un equilibrio differente, che permetta di mettere radici e al contempo di aprirsi ad un’esperienza così nuova e diversa.

Ed infine deve essere e rimanere, in fondo, Clan. Perché quando il legame con ciò che è stato si è sciolto, appare evidente che il “servizio” al quale il Druida come Sacerdote è chiamato non può essere tralasciato, o dimenticato per il semplice fatto di praticare in solitudine.

Il Clan diventa allora qualunque occasione di essere d’aiuto a livello famigliare e sociale, di sostenere, di dare per ciò che si sente di essere. Tutto questo tuttavia ha un valore se il Druida riesce ad avere un equilibro interiore, a mantenere il giusto bilancio fra empatia e oggettività, fra entusiasmo e saggezza e fra generosità ed il proprio senso di giustizia.

Alla fine di questa riflessione appare chiaro come il Druidismo possa dunque essere praticato in solitaria, ma anche come questo sia possibile solo in riferimento a quanto il singolo sia realmente un Druida dentro di sé. Ciò che era apparenza infatti si scioglie al sole e diventa ricordo, ciò che aveva messo radici profonde continua a crescere, anche in solitudine

Questo in fondo è anche il modo migliore per onorare il proprio Clan originario ed i propri Maestri e compagni di percorso.

 

Sara Gamberoni - CDI - (Triplice Cinta Druidica)